| TRACCE - "Salvati dalla speranza" |
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Paolo Perego Marco è chino sui mattoni appena posati. Oggi non piove, si può finire di lavorare al pavimento del portico. Le colonne sono già in piedi. Manca solo il tetto, ma il materiale arriverà a giorni. Marco ha ventisette anni. Viene da un paesino fuori Roma. Si drogava. Dallo spinello è passato a bucarsi. Una storia come tante, la sua. Un lavoro, una famiglia, poi i guai. E la presunzione «di poter rispondere da solo a tutto quello che ti si para davanti nella vita. Finché arrivi a romperti la testa e crolli. Senza speranza…». Ora ne sta uscendo. È arrivato in comunità due anni fa. «E oggi non vedo l’ora di tornare a casa». Casa e speranza. È per questo che siamo venuti qui, in un angolo delle Marche vicino a Macerata. Bisognava farli, quei 400 chilometri da Milano, per vedere un posto dove anche «uno senza speranza» può rinascere. Come? Incontrando qualcosa di buono e di solido. Amicizia e mattoni. E fondamenta profonde perché scavate nella fede, nell’accorgersi che il Destino è presente. «La certezza di un presente che ti rende certo di un futuro», come diceva don Giussani. Bene, la storia della Pars è questa. Fede. Amicizia. E speranza. Tutto incastonato su una collina di Corridonia, in contrada Cigliano, dove sorge il Villaggio San Michele Arcangelo. Il cartello recita “cooperativa agricola”. Ma San Michele è ben di più. Fa parte dell’arcipelago Pars, appunto: ovvero “Prevenzione Assistenza Reinserimento Sociale”, una cooperativa di recupero per gente con dipendenze e disturbi della personalità. Quella che chiamano “doppia diagnosi”. È un piccolo complesso di edifici di mattoni a vista. Lo si vede bene dalla strada, prima di imboccare i tre tornanti che ti portano proprio lì davanti. Ad accoglierci, Josè Berdini, il responsabile. Un abbraccio, un caffè. E Josè inizia a raccontare: «A metà degli anni 80 sono entrato nella comunità di don Gelmini. Scivolato sulla droga anche io, come tanti in quegli anni. Ne sono venuto fuori. Cambiato. Poi attraverso mio cugino Giorgio Torresetti e Lora, che oggi è mia moglie, ho incontrato il movimento di Cl, di cui loro già facevano parte. In seguito accadde che don Gelmini, ospite al Meeting di Rimini, al termine di un incontro invitò tutti ad aiutarlo nella sua opera, chiedendo di accogliere i ragazzi che uscivano dalle sue comunità di recupero». Detto fatto, ride Josè: «Poco tempo dopo io e Lora ci tirammo in casa un pazzo. La prima sera ci distrusse una bicicletta nuova»… Poi da cosa nasce cosa. Nel 1990 parte l’Associazione, successivamente diventata cooperativa. Nel 2000 si realizza un sogno. «Con Giorgio avevamo pensato di andare a vivere insieme, le nostre famiglie più altre due di amici. E di iniziare un’esperienza di accoglienza in una forma nuova, anche con i ragazzi della comunità di recupero». Trovarono un piccolo podere fuori Corridonia, poi i fondi. E dopo tre anni di lavori, nell’estate del 2003, le quattro famiglie si trasferiscono nella nuova “casa famiglia” dedicata a San Michele Arcangelo. La casa occupa il centro del villaggio, in fianco all’auditorium. A cinquanta metri, la “struttura residenziale per il reinserimento socio-lavorativo”. È qui che abbiamo trovato Marco. Una casona di due piani, dove i ragazzi arrivano al termine della terapia di recupero. Oggi ci vivono in otto e si autogestiscono. Pino “il miracolo”. Marco a San Michele fa anche l’apprendista del fabbro del villaggio, Armando, baffoni, capelli lunghi, sempre sorridente, che lavora il ferro alla vecchia maniera. Orgoglioso, Marco ci apre il laboratorio dirimpetto alla casa. «M’arrangio a saldà’», spiega mostrando riccioli di metallo piegati a mano e disegni per cancellate e ringhiere. Poi racconta di essere tra quelli che girano le scuole e le parrocchie, a raccontare ai ragazzini che lo spinello è roba seria, che si parte da lì e non si sa dove si arriva. Pochi metri più in là lavora Pino. “Il miracolo”, come lo chiama Josè. È arrivato alla Pars otto anni fa: «Ero messo male. Me ne stavo sempre a letto. Quando ti fai, sei una larva. Poi ho scelto di non accontentarmi. Perché chi avevo davanti mi ha preso sul serio. È una grossa novità. Chi si droga è presuntuoso, pensa di poter fare tutto da solo». Invece Pino è rinato. Ed è tanto grato a chi gli ha ridato la vita che dalla comunità non ha più voluto andar via. Ci è rimasto a lavorare: al mattino si occupa delle affissioni di manifesti comunali, al pomeriggio assembla stampi di polistirolo nel suo laboratorio, insieme a un altro ragazzo, Mauro. A noi mostra fiero la foto del suo matrimonio, a gennaio dell’anno scorso, con Carla: «Adesso ci piacerebbe avere dei figli». Il futuro ha cambiato faccia. Speranza, appunto. La campagna in inverno è ferma. Josè ce la mostra dalla cima della collina: i frutteti, i campi arati, gli alveari e un laghetto, giù ai piedi del poggio. «Coltiviamo la terra per ricavarci qualche soldo: facciamo miele, confetture, olio. Li vendiamo anche alla fine degli incontri che organizziamo qui da noi, in auditorium, invitando delle personalità a discutere di tanti temi, dall’attualità alla cultura. A luglio era venuto Oscar Giannino. Prima, Claudia Koll. Le presenze? Sempre oltre 150 persone». Come alla Scuola di comunità: «Ci troviamo con la gente della zona, e poi pranziamo insieme. L’auditorium è collegato alle cucine…». Mentre giriamo il villaggio, Berdini racconta dei tanti frutti venuti su negli anni, inaspettati e provvidenziali. Oltre a San Michele, a pochi chilometri c’è il complesso di Civitanova Alta, Le Querce, con i laboratori di ceramica e la falegnameria per il restauro dei mobili. Sempre a Civitanova l’ultima nata, Icaro, una casa d’accoglienza per minori, con 9 ragazzini. Più vicina, a Corridonia, c’è la comunità Don Vincenzo Cappella, in contrada Gabbi. Dove i ragazzi arrivano all’inizio della terapia anche su segnalazione del Sert, il Servizio regionale per le tossicodipendenze. E poi la casa Santa Regina, nel centro della cittadina. «Quelli che arrivano da noi sono tutti casi limite: gli estremi confini dell’umano, quelli che non vuole nessuno», dice Josè. Non c’è solo la droga. Le dipendenze sono tante: alcol, farmaci… Spesso connesse con disturbi della personalità. Insomma, qui arriva chi è messo proprio male, chi è «senza speranza». O quasi. Perché, obietta Josè, «certo, per alcuni è difficile parlare di riabilitazione o di guarigione. Ma tutti migliorano. E molto». In campo tutti gli strumenti possibili: «L’accoglienza in questi casi deve diventare una terapia. Per questo abbiamo delle équipe di medici e psicologi che ci seguono». Tutto deve essere ponderato: «Certo, caso per caso. Anche le richieste degli ospiti. Una volta ogni due settimane possono fare delle domande: vorrei vedere i genitori, vorrei più sigarette… e ne discutiamo. Non li molliamo un momento». L’idea che si dovesse provvedere allo studio di un metodo strutturato, con medici, psichiatri e operatori (il rapporto è di 1 ogni 5 pazienti), è nata dall’incontro con lo psichiatra Giuseppe Mammana: era stato, negli anni 80, tra gli ideatori della “Iervolino-Vassalli”. «Quella legge consentiva di aprire nuove strutture con certi criteri. Lo cercammo, e ci diede una grossa mano a pensare quel metodo, che oggi è certificato a livello europeo. Ora collabora con noi». Il resoconto sugli oltre sessanta ospiti di Pars (ma dal ’90 ne sono passati oltre duemila)?prosegue a pranzo, nella “casa famiglia”. Ci sono quasi tutti. I Torresetti, Giorgio con la moglie Silvia: tre figli a Milano per lavoro e studio, e quattro ragazzini in affido. I Berdini, Josè e Lora e due figli. Nicoletta e Stefano, lei impiegata nella cooperativa, e le due sorelline russe adottate. E poi Francesco e Barbara, con la prole. I figli sono tornati da scuola, i genitori dal lavoro. Mangiamo insieme, seduti a un grande tavolo sotto le volte di una sala dell’antica casa ristrutturata. E anche qui un leggio per spartiti, un violino sulla credenza. Durante la visita qualcosa era già saltato all’occhio: da una camera si sentiva la voce di un violino, in un’altra riposava un pianoforte a coda… «Qui siamo tutti musicisti, o quasi», spiegano. Da Lora e Barbara, che suonano pianoforte e violino a Silvia, direttrice del Conservatorio di Fermo. Le tre mamme hanno fondato anche una scuola di musica. Poi Michele, primogenito di Giorgio, violinista. Francesco, chitarrista e musicoterapeuta… E via via gli altri, fino ai più piccoli. «La musica è importante: è una passione che ci ha messi insieme, tutte e quattro le famiglie, fin dall’inizio». E oggi è una costante al Villaggio, tra piccoli concerti e prove pomeridiane. Libertà e comunità. Il giro prosegue dopo pranzo. I ragazzi della comunità sono al lavoro: chi raccoglie le olive, chi bada agli animali. Come Giovanni, che sta dando da mangiare ai cavalli. È di Milano. Faceva un lavoro importante, nel campo della moda. Ma poi la cocaina… Ed è arrivato a Corridonia. Ora sta cercando casa fuori, ma ha deciso, anche lui, di rimanere a lavorare con la cooperativa come agricoltore. In più, coordina il lavoro dei ragazzi nella campagna. Con la jeep di Josè raggiungiamo contrada Gabbi, dove c’è la comunità Don Cappella. Un cartello all’ingresso: da un lato, entrando, si legge “Viva la comunità”. Sull’altro, “Viva la libertà”. «È l’esperienza dettagliata della comunione che fa risorgere la persona e con essa la libertà – spiega Josè -. È vero che alcuni giovani abbandonano il percorso. Ma, anche in chi rimane per poco tempo, quei volti incontrati e ricordati richiamano la verità di sé. Questa è la libertà. Qui arrivano i ragazzi la prima volta. Spesso sono ridotti male. Noi li accogliamo. I finanziamenti dello Stato per ciascun ragazzo sono esigui, circa 60 euro al giorno. Purtroppo l’idea di fondo, senza colore di partito, è che questi siano “cronicari”, luoghi dove si deve tenere rinchiusa questa gente: la filosofia della “riduzione del danno”. Non è importante che migliorino o che guariscano». Josè si ferma a parlare con Donatella. Lavorava, ha due bambine. Dice che ha fatto del male ai suoi con quello che ha combinato, che deve farsi perdonare. Rossella le è accanto. Faceva l’estetista, due figli anche per lei, 18 e 11 anni. Arrivata a Gabbi da una clinica di recupero: «Dove ero prima si stava ognuno per sé, tutto il giorno a fumare, tra una seduta con lo psicologo e l’altra. E ti arrovellavi il cervello sul tuo problema. Qui c’è la comunità: si affrontano le cose e si vive insieme. Tutti hanno bisogno della comunità». Nella sala da pranzo apparecchiano la tavola, qualcuno finisce di confezionare i barattoli di miele. Nelson, 25 anni, bravissimo a disegnare, si avvicina a Josè. Sbandato, arresti domiciliari, la droga. E quattro coltellate in pancia dal padre. Vivo per miracolo. Con Josè parla di perdono. Giorni fa hanno letto insieme l’intervento di don Giussani sulla strage di Nasiriyah. «Ma è difficile. Quattro coltellate, mi ha tirato». O ancora Emidio, con la testa spaccata sull’asfalto dopo una corsa in moto “strafatto”. Tante operazioni, subite e da fare. Oggi ha raccolto la frutta, con gli altri. Stasera vuole finire la biografia di Fidel Castro che ha sul comodino. Matteo rientra dal lavoro, è stato dal dottore. Anche suo padre sta molto male: «Preghi per lui?», chiede Berdini. E Matteo: «Sì, a modo mio». Josè si alza: «No! Perché Gesù è venuto. Conviene seguire Lui, è più semplice». Altro che cronicario: questo posto ribolle di vita e di speranza. «C’è altro, sveglia». La sera si rientra a San Michele. Una cena insieme e uno spettacolino: Michele e la sua ragazza imbracciano i violini, accompagnati al piano da Francesco. «Sono contento di questa vita», dice Michele, che, in fondo, ci si è trovato in mezzo senza volerlo, per la scelta dei genitori. «Papà ci ha sempre dato le ragioni di questa vita. L’ho accettata. E ne sono grato. La musica mi appassionava e mi appassiona, ma ho capito che non è tutto. Questi ragazzi mi insegnano a vivere: è come se dicessero: “Nella vita c’è altro, sveglia”. È qualcosa che desidero portare a tutti. E quando torno qui è come se mi ricaricassi, come se ricaricassi la vita di significato». E serve anche ai ragazzi in cura, questa convivenza: «Li aiuta a imparare un modo di stare insieme nuovo – dice Josè -, a guardare a una bellezza nuova. Come la musica classica, che è segno del vero che cercano per se stessi». Quel vero dove mettere radici, per ripartire. L’indomani, alle sette, la vita riprende. Colazione, sigaretta (una di quelle contate per la giornata) e poi ognuno al suo lavoro. Anche noi dobbiamo ripartire e salutiamo. Sembra di conoscersi da una vita con Josè, Marco, Pino… E quasi, a pensarci, vorresti fermarti ancora un po’ con loro. A gustarti qualche ora in più di bellezza. A guardare in faccia la speranza. |





