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La cooperativa Sociale PARS è presente all'interno di TG2 Storie, settimanale di approfondimento del TG2 con un servizio a cura di Lucio Brunelli. Clicca sull'immagine per visualizzare il filmato.

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LIBERO - "Regalo speranza nel disastro droga" PDF Stampa E-mail

Benedetta Frigerio

"Che l'Europa ci bolli come il Paese degli spinelli, mi fa imbestialire. E dovrebbe far sobbalzare sulla sedia tutti, anche lei. Siamo il Paese che ha fatto la storia, siamo il Paese dell'arte e della letteratura. Non ci si può mica arrendere e star comodi, non è da noi." 
Così, Josè Berdini commenta il rapporto UE che vede l'Italia al primo posto per l'uso della cannabis. Berdini è il fondatore della Cooperativa Sociale PARS, comunità terapeutica che dal 1990, opera nel campo della droga, dell'alcolismo e delle patologie connesse e che oggi ospita, nelle Marche, circa cento giovani.

Come può parlare di speranza di fronte a dati così allarmanti?
"Le spiego. I giovani sono quelli che cercano di costruirsi un futuro che risponda ai loro desideri. Oggi chi educa, non è attento a questo. Così i ragazzi, soli, si trovano ad affrontare il problema della vita con ansia e paura. Noi invece lo condividiamo con loro".

Cosa significa concretamente?
"Noi gli offriamo una nuova possibilità di vita: una cura, un lavoro, degli amici. Qui si legge, si ascolta musica, si giudica quello che accade nel mondo. Certo, i ritmi sono serratissimi, non si fanno sconti, anche perché se lasci spazio a vuoto e noia il pensiero della droga è il primo a insinuarsi. E guardando a noi che viviamo in maniera seria e positiva ogni aspetto della vita, i ragazzi si accorgono che affrontare la realtà vale la pena del sacrificio. Gli diamo quindi delle regole, ma che da sole non basterebbero".

Come giudica, quindi, i provvedimenti più recenti per limitare il fenomeno della droga e dell'alcol?
"C'è un aspetto nuovo e positivo: la sicurezza, i divieti e il fatto che finalmente si dica che la droga, anche quella leggera, fa male. Questo aiuta ma non basta. Ad esempio, lo spot sulla droga che brucia il cervello e l'informazione preventiva, rischiano di non servire. Figurati se i miei ragazzi non sanno che con la droga esci di testa, è il motivo per cui iniziano".

Che cosa dovrebbe fare, allora, il governo?
"Non accetto che gestisca questi ragazzi: non si può cercare di nasconderli, così non si risolve nulla. Quello che il potere deve fare è supportare i luoghi della speranza: le comunità di gente che si mette insieme per rispondere ai propri bisogni. E poi si deve dare un taglio alla teoria del minor danno".

Cioè, cosa intende?
"Intendo l'idea per cui vent'anni fa si è pensato che non potendo eliminare la dipendenza, bisognava eliminarla con i farmaci. Questo per tutelare il mondo, cioè noi, con il pensiero di fondo che non c'è speranza di cura ma solo di sopportazione, pensando alla vita come qualcosa da sopportare. Il risultato è la percentuale altissima di giovani che fuggono dalla droga".

Cosa si sente di dire alle famiglie?
"Alle famiglie, alle scuole, alle realtà giovanili dico che il mondo adulto è incapace di "stare sul pezzo", che in questo caso è la persona. E poi gli direi che l'emergenza educativa esiste davvero e va guardata, per ritornare a dire che cosa vale".

Cioè, cos'è che vale per lei?
"La vita, che con i suoi sacrifici è bella ed è fatta per il presentimento con cui uno viene al mondo: quello di un destino positivo. Perciò bisogna dare tutto per perseguirlo, riguardando alle risposte grandi e concrete degli uomini che hanno fatto la nostra storia. Da qui si può ripartire."

Perché dice ripartire, ci siamo fermati?
"La maggior parte di noi adulti ha smesso di proporre una strada. Colpa dell'idea dominante per cui uno è libero se sceglie per conto suo. Idea che ha vinto perché più comoda: spingere un figlio a essere responsabile è più dura, mentre dire: "fai quel che vuoi", con l'alibi di non ferire la sua libertà, è molto più semplice. Forse non si pensava a conseguenze così disastrose".

Parla si disastro e di speranza insieme. Come?
"Non pensi a una speranza facile, non è la mia. Bisogna rimboccarsi le maniche. Vivere a un livello per cui ogni momento della giornata non è lasciato al caso, ma pensato come risposta ai bisogni dei ragazzi e ai nostri, che sono gli stessi, è un bel lavorare, ma è così che si costruisce e si vede il bel frutto del sacrificio".