|

Festa di San Michele Arcangelo 2 Ottobre 2011
Non è un sacrificio per me venire da Roma, anzi, è un piacere, tanto è vero che ho raddoppiato il mio viaggio venendo qui l’anno scorso e quest'anno proprio per il desiderio di incontrarvi. Penso che siano molte le ragioni che hanno portato voi qui: alcuni sono ospiti di questa casa, altri sono genitori, parenti, amici di questi ospiti, altri sono persone invece, in modo differente, interessati alla PARS, amici di amici, eccetera.
Anche a me interessa la PARS. Vengo qui perché mi interessa incontrare queste persone. Ricordo, forse qualcuno di voi c’era l’anno scorso, quanto fu ricco, drammatico, intenso l’incontro che abbiamo avuto qui e sono riandato quest'anno a quelle vostre domande e alle mie risposte e ho trovato ancora molto da imparare.
La PARS mi interessa, tanto è vero che noi, la Fraternità San Carlo, faremo qui una casa, la nostra casa, in cui vogliamo creare un luogo per accogliere i nostri sacerdoti per periodi di riposo o per periodi di cura e abbiamo già pensato al terreno; adesso ci sono da studiare alcune cose poi c’è da tirar su la casa, poi c’è da venire ad abitarci. Speriamo di realizzarla entro tre anni, e se la cosa interessa anche a voi, pregate perché ciò avvenga. Perché facciamo una casa qui? Ecco, partirei da questa domanda, perché c’entra molto con la questione: “che cos’è il cristianesimo?”. Facciamo una casa qui perché ci sentiamo parte della stessa ragione per cui è nata la PARS, e cioè che essere uomini vuol dire essere vulnerabili#. Essere uomini vuol dire essere una realtà che cerca e non sempre trova. L’uomo è una realtà drammatica, desidera il cielo, ma talvolta non riesce a sollevarsi da terra, anzi gli sembra di sprofondare sempre di più. Siccome noi non ci sentiamo una cosa diversa da questi uomini, ma ci sentiamo parte di questa umanità vogliamo venire qui. Domandarci che cos’è il cristianesimo, dunque, significa partire dalla domanda: la vita ha un senso? Non possiamo nasconderci che ci sono dei momenti in cui sembra che la vita non abbia un senso, o perlomeno questo senso non riusciamo a scoprirlo. Ci sono dei momenti in cui la logica semplicemente del 2+2=4 non tiene, e occorre forse entrare in un’altra logica della vita. La vita è fatta di doni, tutta la nostra conversazione dell’anno scorso è stata proprio su questo, ho cercato di parlare con i nostri ragazzi per dire: “Non potete negare che anche nella vostra vita ci sono dei doni, ci sono delle luci, ci sono delle stelle”, per rimanere nell’immagine del cielo con cui ho iniziato poco fa questa conversazione. Nessuno può negare il semplice fatto di esistere e di esistere in mezzo ad altri, che ti hanno voluto, che ti vogliono; ma ci sono dei momenti nella vita in cui queste luci sembrano spegnersi, in cui gli altri ci sembrano nemici, tutti. I sensi si fanno opachi e la realtà stessa ci sembra qualcosa che ci schiaccia. In quel momento la domanda si fa cupa, profonda. Dietro l’esistenza cosa c’è, chi c’è, c’è qualcuno che la vuole, che la pensa, che ci aspetta oppure non c'è nessuno? La nostra vita è segnata dal caos, cioè dal disordine, dall'assenza di una logica? Questa domanda non è una domanda moderna, non è solo di qualcuno particolarmente filosofico o particolarmente religioso o particolarmente dotato. Non è detto che arrivi in consapevolezza in tanti. La domanda c'è in tutti e c'è in tutti i tempi. Julien Ries, uno dei più grandi studiosi di storia delle religioni che ha scritto enciclopedie intere sulla storia delle diverse religioni nei popoli, ha scritto che l'uomo religioso è sempre esistito. È l'uomo ateo che è sopravvenuto, ma nel suo fondo l'uomo è religioso. Questo vuol dire che nel fondo della natura umana c'è di necessità la domanda sul perché e per chi, una domanda che non possiamo cancellarci, una domanda drammatica perché il disagio esistenziale o il disagio psichico, che è una forma del disagio esistenziale, nasce proprio da qui. Ora non mi voglio inoltrare in questo campo del disagio psichico. Voglio invece parlare ad ogni uomo, di ogni uomo, e dentro ogni uomo: anche in colui che vuole mettere a tacere questa domanda, essa riemerge. Riemerge: non fosse altro che come tenerezza verso coloro che ci amano o da cui ci sentiamo amati, come disagio o protesta verso il male, come desiderio di bene per qualcuno o per qualcosa. Sono nate così le religioni. Le religioni sono nate nella storia degli uomini per tentare di dare un volto alla ragione per vivere o per morire. Si è pensato che il disegno fosse nelle forze della natura, e allora si sono adorati gli alberi o le stelle, il sole o la luna. Si è avuto paura, giustamente, dei fulmini o delle forze stesse della natura che si sono viste come divinità del bene o del male a secondo dei casi: la terra, il mare, le montagne. Insomma l'uomo ha cercato nel corso dei secoli di dare un nome, un volto a questo perché e a questo per chi. E se noi guardiamo bene, fin dalle origini, la filosofia e la letteratura nascono proprio dietro a questo stimolo. L'Odissea, i filosofi greci, tanto per citare l'alba della nostra civiltà, hanno cominciato a pensare per rispondere a questa domanda. L'Odissea e L'Iliade nascono per rispondere a una domanda: qual è l'origine del male? E la filosofia nasce per rispondere a una domanda: è possibile salvarci dalla morte? Anche Cicerone lo diceva: “La filosofia nasce come desiderio di salvarci dalla morte”#. È grandioso questo desiderio dell'uomo di trovare un volto, una risposta alla domanda sul desiderio della vita che ci salvi dal caos! Perché è quotidiana l’esperienza del bene e del male. Dunque il mondo è governato da due forze? E sono due forze uguali? C'è una lotta fra loro? Chi ha già vinto o vincerà? Le diverse religioni testimoniano questa ansia dell'uomo che purtroppo, però, non riesce ad approdare a delle risposte sufficienti. Per quanto scruti il cielo e la terra, per quanto con la propria intelligenza cerchi di leggere ciò che accade, per quanto col proprio cuore cerchi di scrutare entro il cuore degli altri, rimane sempre l'enigma. Rimane qualcosa di ignoto a cui non si sa dare un volto perché, come diceva Pascoli, troppo è il mistero che regna sulla terra, troppo grande ciò che accade rispetto alla capacità di chiuderlo dentro i nostri concetti o pensieri#. Già Platone auspicava che ci potesse essere una nave che ci portasse oltre il mare, là dove c'è quella risposta che non abbiamo ancora trovato#. Rispondere alla domanda “Che cos'è il cristianesimo?” vuol dire partire dal fatto che Dio ha avuto pietà dei suoi uomini (cfr. Ger 31,3), ha avuto pietà del loro essere. Come insegna Gesù, le pecore che vagano senza pastore alla ricerca di nuovi cibi, di nuove erbe e non sono condotte da nessuno, alla fine precipitano nei dirupi (cfr. Mc 6,30-34). Quest'immagine delle pecore senza pastore è un'immagine cara alla cultura della Palestina del tempo e Gesù l'ha catturata e l'ha portata a noi come una delle immagini plastiche più convincenti di quello che l'uomo va cercando: qualcuno che si prenda cura di lui. Noi non abbiamo diritto alla salute, abbiamo diritto alla cura. Se ci fosse un diritto assoluto alla salute saremmo tutti immortali, ma abbiamo diritto alla cura perché nell'uomo c'è una sete insaziabile di rapporto, di comunicazione e, infine, quindi, di qualcuno che si prenda cura di me. Dio ha avuto pietà del nostro errare come pecore senza pastore e si è preso cura di noi. Dice un testo del Nuovo Testamento: alla fine ha mandato Suo Figlio (cfr. Eb 1,1-2). E' molto importante questa parola: alla fine. Dopo che l'uomo aveva errato per tutti i pascoli possibili ed immaginabili, cioè aveva cercato in tutti i campi, nella letteratura, nella filosofia, nella storia, le risposte della scienza, alla fine ha mandato Suo Figlio. Dio ha avuto pietà, si è accorto che non bastavamo per trovarlo, che questo disegno era inconoscibile se lui non ce lo avesse rivelato, se lui non fosse venuto a dircelo, a darci la certezza che la vita ha un senso. Se non fosse venuto lui a dircelo non lo avremmo trovato in modo chiaro e convincente.Questo è il punto d'inizio della mia risposta alla domanda: “Che cos'è il cristianesimo?” Il cristianesimo è un uomo, il cristianesimo è Dio che diventa uomo per essere trovato dagli uomini. Non l'avremmo potuto trovare se non si fosse fatto uno di noi. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono lasciandolo mezzo morto (Lc 10,30). E' La descrizione di noi, di ognuno di noi. Cadde nelle mani dei briganti. Ciascuno di noi potrebbe dire quali sono i briganti nella sua vita: quelli che lo hanno convinto al male, quelli che hanno oscurato in lui il bene, quelli che hanno spento in lui la speranza, quelli che hanno ucciso in lui l'infanzia . Cadde nelle mani dei briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre (Lc 10,30-31). Ecco la polemica sferzante di Gesù contro gli addetti del tempio, quelli che più di ogni altro avrebbero dovuto occuparsi dei poveri, dei soli, dei disgraziati. Anche un levita giunto in quel luogo vide e passò oltre, invece un samaritano (samaritani erano degli eretici, rifiutati da Israele) un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto vide e ne ebbe compassione (Lc 10,32-33). Samaritano è colui che non ti aspetti di trovare a Gerusalemme, sulla strada di Gerusalemme, perché è di un altro paese, è detestato da quel popolo. Era lì, era in viaggio, lo vide e ne ebbe compassione. Ecco: Dio si è fatto uomo; questo è il samaritano, Gesù. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandogli olio e vino (Lc 10,34). Nessun particolare di Gesù è senza senso. Gli fasciò le ferite: abbiamo bisogno innanzitutto di qualcuno che si prenda cura delle nostre ferite. Quanto è importante che qualcuno si prenda cura di noi, che abbia dolcezza e forza nello stesso tempo; quanto è importante saper dire sì e no nei diversi casi della vita e quanto è difficile non sbagliare. Allora dobbiamo trovare qualcuno che versi il suo olio e il suo vino su di noi, che sia più padre di noi, più madre di noi. Poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente tirò fuori due denari, li diede all'albergatore, insomma, ha tirato fuori qualcosa di suo. Abbi cura di lui, ciò che spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno (Lc 10,34-35). Questa è la sorpresa: che Dio non ci abbia mandato un angelo, un libro, un nastro registrato, un DVD, ma sia venuto Lui. La compassione in Lui è diventata iniziativa; non si è limitato a dire: povero uomo. Si è fatto uomo, è nato da una donna come noi, è cresciuto come noi, giocando da bambino, imparando a scuola a leggere e a scrivere e poi, a poco a poco, prendendo coscienza di chi era e soprattutto di che cosa lo aspettava, di che cosa avrebbe voluto dire quel suo essere Dio fatto uomo. Il Cristianesimo è un uomo, un uomo fra gli uomini che è il senso, cioè l'origine e il fine di tutto. Questa è stata la sua affermazione. Quest'uomo si è posto una domanda: come è possibile che attraverso la mia vita arrivi a loro il messaggio che Dio si è fatto uomo? Questo è stato il cuore di quei tre anni passati da Gesù sulle strade dalla Palestina. Come è possibile che trapassi a loro la scoperta di questa novità radicale che non dobbiamo più cercare in cielo? Com’è possibile che scoprano che il cielo è sulla terra, che il cielo è presente, che Dio è un uomo? Come faccio a dir loro, a penetrare nei loro cuori che Io sono la verità, la vita e la via (Gv 14,6)? Egli, durante il giorno, in quei giorni dei tre anni che ha vissuto con i suoi apostoli, non ha fatto altro che spiegare loro ciò che vedevano e ciò che accadeva. Loro ponevano domande e lui talvolta rispondeva e talvolta taceva. In quel modo voleva aiutarli a guardare in un modo nuovo. Penso che il primo grande frutto che Dio ha voluto portare sulla terra mandando Suo Figlio sia aiutare gli uomini a guardare in un modo nuovo. Guardate i gigli del campo, guardate gli uccelli del cielo; nella loro bellezza stupiscono, eppure non tessono, non filano; nessun giglio, nessun uccello del cielo è nascosto al Padre e allora volete che non si prenda cura di voi? (cfr. Mt 6,26-30). Ecco in questo modo ribaltava lo sguardo, dava una profondità nuova allo sguardo sulla vita. Corrono a dirgli: È caduta la torre di Siloe, sono morti sotto tredici persone. Di chi è la colpa? Risponde: Se non cambierete morirete tutti allo stesso modo (cfr. Lc 13,4-5). Di fronte all'uomo che cercava, allora come oggi, di attribuire agli altri le responsabilità di ciò che accade, Gesù diceva: attento, è in te, nella tua libertà, nella tua adesione al bene e al vero la radice di una costruzione nuova. Ecco cosa voleva dire: Io sono la verità (Gv 14,6). Perché poteva aprire gli occhi degli altri a uno sguardo più profondo? Dove lo imparava questo sguardo? Lo imparava dal Padre; voleva aprire lo sguardo degli uomini e delle donne che incontrava sul fatto che egli era il segno del Padre, che dunque c'è un Padre, una guida del mondo, un disegno, un senso. Neppure un capello del vostro capo è senza sguardo da parte del Padre, anche i capelli del vostro capo sono contati (Lc 12,7), per dire la cosa più infinitesimale che potesse pensare l'uomo. E quando, parlando del giudizio universale, dirà: se tu hai dato un bicchiere d'acqua ad uno assetato che te l'ha chiesto, questo sarà per sempre il peso della tua vita, la gloria della tua esistenza (cfr. Mt 25,31-46). Questo sguardo nuovo per cui niente è senza peso, questo sguardo per cui ci invita a non lasciarci schiacciare dal male, a non lasciarci considerare come esseri in cui alla fine il male avrà la vittoria, a non chiuderci in noi stessi ma ad aprirci alle ragioni per cui la vita svela la sua positività, anche il dramma della fatica, del dolore, delle lacerazioni… e questo gli apostoli lo avvertono, e questo la folla lo avvertiva. Certo, c'erano tante gradazioni, come dei cerchi concentrici intorno a lui. Alcuni stavano con lui giorno e notte, gli apostoli; altri stavano con lui dei periodi e poi tornavano a casa, i discepoli; altri lo seguivano quando era più vicino alle loro case, ma tutti avvertivano in lui qualcosa che non trovavano negli altri: Quest'uomo parla con autorità (Mc 1,22), quest'uomo dice delle cose che neanche i nostri scribi ci sanno dire, e sì che loro scrutano tutti i giorni e tutte le ore la Scrittura; quest'uomo cioè ha una fonte in sé che zampilla da un punto che noi non conosciamo. Allora, la posizione più vera è quella di Pietro; quando Gesù, nella sinagoga di Cafarnao, promette la permanenza nel mondo attraverso il Suo corpo e il Suo sangue e tutti se ne vanno dicendo: è matto, è matto; e Gesù dice: Ebbene, anche voi volete andarvene? Pietro risponde: Dove andiamo, pecore senza pastore, dove andiamo? Solo Tu hai parole che spiegano la vita (cfr. Gv 6,67-68). E poi, mostrava di essere la Vita. Ha cercato in tanti modi di farlo capire, di farlo vedere. Vedete, Gesù ha usato un metodo pedagogico molto importante. Non ha detto: “Io sono il Figlio di Dio”, lo avrebbero internato immediatamente; “Sono la seconda persona della Trinità”, gli avrebbero detto “Senti, accomodati...”. Ha cercato di far vedere i segni di questa sua personalità, i frutti di questa sua personalità, di cui il più grande è questo sguardo sul modo e sulla vita; ma poi a questo sguardo si accompagnavano delle azioni, dunque non solo parole ma azioni, una vita nuova, e ha cercato di mostrarlo attraverso le guarigioni; questo è il primo livello per cui ha cercato di mostrare la vita nuova. Le guarigioni: il Vangelo è pieno della testimonianza di guarigioni, ma non solo le guarigioni di chi era cieco, di chi era storpio, di chi aveva dei problemi fisici, ma qualcosa di più complesso, di più profondo: le guarigioni degli animi, le cacciate dei demoni e poi,infine, le resurrezioni. Ma quello che a Lui interessava non era il fatto in sé, il miracolo in sé. Oggi ne sfama cento, ma rimangono un milione di affamati. Oggi ne guarisce due, quanti ammalati resteranno? Oggi ne fa risorgere tre, sono in fondo dei poveretti condannati a morire due volte. Quello che a lui interessava era che alle persone giungesse il segno di ciò che quegli atti manifestavano e cioè che Dio si è curvato sull'uomo; questo vuol dire Io sono la Vita (Gv 14,6): che Dio si è curvato sull'uomo e cioè che non sei solo nella tua malattia, che non sei solo nella tua disperazione, che non sei solo nella tua ricerca, che non sei un granello di polvere abbandonato nell'universo. Egli è venuto nel deserto a cercare la pecora, come dice in un'altra parabola, la pecora smarrita: lascia le novantanove pecore per prendere quella smarrita. Scusate, ma era veramente da internare questo pastore, perché ne lascia novantanove che potevano andare nel dirupo per trovarne una! E questo è Dio, questa è la follia di Dio! Queste novantanove, dicono i Padri della Chiesa, sono gli Angeli che Dio ha lasciato per noi. Sono novantanove volte dunque gli Angeli rispetto al numero degli uomini, ma Dio è venuto per noi e questo è quello che deve aver fatto infuriare tremendamente gli Angeli; il rifiuto di Satana, cioè del capo degli Angeli, diventato poi Satana, forse nasce proprio da qui. Tu solo hai parole che spiegano (cfr. Gv 6,68): ci hai presi su di Te, questo è quello che è venuto a fare Dio. L'immagine del pastore che prende la pecora sulle Sue spalle è quella che ha colpito di più, quella che è stata riassuntiva, la prima se andiamo nelle catacombe; la prima immagine di Gesù è con la pecora sulle Sue spalle perché è questo che è rimasto nell'immaginario originale e profondo. Ha preso su di sé il nostro male, lo aveva già detto il profeta Isaia: Egli è colui che prenderà su di sé il male (cfr. Is 54,7-10). Allora quei tre anni in cui Gesù ha parlato, in cui Gesù ha curato, in cui Gesù ha guarito, che scopo avevano? Quei tre anni avevano lo scopo di aprire il cuore ai tre giorni della passione, morte e resurrezione. Se i tre giorni della passione, morte e resurrezione fossero stati senza i tre anni precedenti, ci sarebbe mancata la strada per comprenderli, per introdurci ad essi. Egli ci ha lasciato un'infinità di strade, che sono quelle che ho cercato di descrivere adesso, almeno sommariamente, per comprendere che è venuto per prendere su di Sé il nostro male e questa è la croce. La croce non è la spiegazione del male, la croce è il segno che Egli si è caricato del male. Dunque non siamo soli: Dio stesso si è preso cura di noi e perciò il male non è l'ultima parola. Che cosa vuol dire che ha preso su di Sé il mio male? Non possiamo spiegare fino in fondo questi eventi, possiamo però sentire questi eventi, entrare in questi eventi, per il fatto che la nostra vita non è più abbandonata semplicemente a noi. Dio ha vissuto e vive quello che io vivo, e dunque quello che io vivo è una strada per costruire il mondo, per costruire qualcosa che resta, perché la morte non è la parola definitiva e questo è quello che Gesù continuava a dire durante la Sua vita e soprattutto la Sua giornata pubblica, quei tre anni. Vedete, il Figlio dell'Uomo sarà condannato, sarà ucciso ma poi resusciterà (cfr. Mc 8,31). L'ha detto un'infinità di volte, lo vediamo nel Vangelo, ma gli apostoli non l'hanno mai notato, mai! Quando è accaduto è stato per loro una cosa incredibile, come se non lo avesse mai detto. Che cosa era accaduto? Che il Figlio dell'uomo potesse essere ucciso li infastidiva così tanto, era così contraddittorio, la morte è così contraddittoria, il dolore, il male è così contraddittorio rispetto a ciò che è nel nostro cuore, che ci sembra fin incredibile che possa essere vinto. Invece è così: Egli è resuscitato. È resuscitato perché era Dio e la morte non poteva costringerlo a restare nella tomba. È resuscitato ed è, da allora in poi, la testimonianza che dunque il nostro itinerario di uomini va verso la vita, va verso la luce, va verso la rinascita. Egli ha mandato il suo Spirito, cioè il principio della vita che continua, che si rinnova continuamente, che fa di noi un popolo solo. Vorrei entrare adesso nell'ultima parte di questa conversazione con voi. Se Egli è resuscitato e se ne è andato, non ha più i segni della visibilità che aveva prima. Pietro, Giacomo e Giovanni potevano vederlo là a Cafarnao, sul fiume, sul lago; e allora dove resta questa Sua promessa, come rimane nel tempo? Perché questa è la cosa che in fine ci interessa. Perché se Dio s'è fatto uomo la domanda più importante è: dov'è quest'uomo, dov'è quest'uomo ora? Ora, come faccio io ad entrare in comunione con Lui, in rapporto con Lui, come mi parla, come mi ascolta, come lo ascolto, dove lo trovo? La domanda dei primi: Maestro dove abiti? (Gv 1,38), è la domanda nostra: dove stai, dove ti trovo? Egli ci raggiunge attraverso dei segni; ha scelto di raggiungerci attraverso dei segni. Innanzitutto: perché si è sottratto alla nostra vista? Io penso che questa sia una domanda importante. Perché si è sottratto alla nostra vista? Non è senza una ragione che si sia sottratto alla nostra vista. Lo ha fatto per poter essere contemporaneo a chiunque. Vedete, se Egli non fosse morto, resuscitato e asceso al cielo, oggi non sarebbe più qui perché avrebbe duemila anni, sarebbe un vecchione, oppure, come si pensa adesso, capace di poter vivere tanto e per tanto tempo; allora sarebbe un super-uomo, non un uomo. O un uomo vecchione decrepito “rinbesuito” oppure un superuomo. Egli se n'è andato per poter essere vicino. Vicino a chiunque di noi, vicino, agli uomini e alle donne di ogni tempo e di ogni luogo. Questa è la ragione per cui se n'è andato, è andato lontano per essere vicino. Non è più soltanto visibile dalla cerchia ristretta di quelle duemila, quattromila, diecimila persone che possono averlo visto. Egli se n'è andato per essere vicino ai miliardi di uomini che avrebbero popolato la terra dopo di lui. Questo vuol dire che ha mandato lo Spirito: che Egli vuol essere vicino ad ognuno di noi e ci raggiunge attraverso dei segni, cioè continua ad essere presente in mezzo a noi attraverso degli altri. Già in vita l'ha detto: Chi accoglie voi accoglie Me (Mt 10,40). Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22). E così, da allora in poi, quegli apostoli sono andati nel mondo, hanno incontrato altra gente e questa gente ha incontrato altra gente e sono arrivati fino a noi. Dunque il primo modo con cui Gesù ci raggiunge sono altri uomini, altri uomini che lo hanno seguito e lo seguono, altri uomini come noi. Continua la stessa logica dell'inizio: egli era un uomo come noi e ci raggiunge attraverso uomini come noi, afferrati da lui per questo. E poi ci raggiunge attraverso delle parole e delle cose, delle cose che lui ha scelto per essere espressive di lui per essere la Sua vicinanza. Quando noi vogliamo essere vicini ad una persona cosa facciamo? Un regalo: gli portiamo dei fiori, una torta, gli compriamo un vestito, delle scarpe. Anche Gesù ha fatto così. Solo che, vedete, il nostro modo di essere presente agli altri non li raggiunge mai fino in fondo. Una borsa, un paio di scarpe possono essere bellissimi, colpire, ma non entrano così in profondo nella vita dell'altro da mutarne il cuore o la mente. Invece Gesù, con i suoi regali, arriva in profondità, prende il pane e dice: Questo è il mio corpo, mangiatelo (cfr. Mt 26,26). Non potrete vivere se non mangerete il mio corpo (cfr. Gv 6,48-56). Prende del vino e dice: Questo è il mio sangue bevetelo (cfr. Mt 26,28), non potrete vivere se non parteciperete di questo sangue (cfr. Gv 6,48-56) e ha voluto fare come si faceva allora quando i re erano unti con l'olio. Anche voi sarete unti per regnare con me sulla terra e nel cielo (manca cit.), ed è nato il Battesimo. Tutto quello che voi perdonerete sarà perdonato (cfr. Gv 20,23), ed è nato il Sacramento della Penitenza. Uomini, cose e parole; perché poco a poco hanno messo per iscritto quello che lui diceva, così come potevano, e la comunità già dei primi secoli ha detto: sì, sono le sue parole, e quello che lui ha vissuto lo ha voluto lasciare a noi, segno efficace della sua azione, della sua Presenza. E allora se noi partecipiamo di questi segni diventiamo noi stessi come lui. Questa è l'ultima cosa che vorrei dirvi, ma è la più importante di tutte: Gesù è luce e ci rende luminosi. Io sono la luce del mondo. Chi segue Me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita (Gv 8,12). Vedete: voi siete la luce del mondo (Mt 5,14), io sono la luce del mondo (Gv 8,12). Noi riceviamo la Sua luce, luce di illuminazione su ciò che accade, luce che scalda e converte i nostri cuori e ci rende capaci di amare e di perdonare, ci rende capaci di accogliere ciò che manda perché in questo modo partecipiamo di ciò che vive. Non può restar nascosta una città che sta sopra a una montagna, non si accende una lampada per metterla sotto il tavolo ma sul candelabro e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa, così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,14-16). Tutti noi che riceviamo la Sua luce siamo chiamati a diventare luce, a lasciar trasparire questa luce, a lasciar trasparire questa speranza che è in noi, che egli ha acceso in noi. La speranza è la certezza che la vita è costruttiva, partecipa di qualcosa di grande. Le nostre piccole gioie, i nostri grandi dolori partecipano di qualcosa di grande, che è il cammino di tutta l'umanità verso Dio, che è il cammino di tutti gli uomini verso la vita. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno vinta (Gv 1,4-5). Grazie.
Intervento - Più che una domanda è una sottolineatura perché è bellissimo il concetto che Dio si è nascosto ai nostri occhi. Ho avuto modo di riprendere in queste settimane un libro di Carlo Maria Martini, una raccolta di testimonianze che ha raccolto all'università dove spiegava appunto il “Deus absconditus” e il silenzio di Dio. Sarebbe bello approfondire questo concetto, aprirlo ancora di più perché penso che questo sia il problema vero quando noi siamo sopraffatti dalla sofferenza, dal male, dalla scissione, e anche se cerchiamo di aggrapparci alla fede, alla preghiera in qualche modo, Dio lo vorremmo veramente presente ai nostri occhi, poterlo guardare. A me personalmente a volte capita di prendere un'immagine che simbolicamente magari ci è stata tramandata, e questo è il nocciolo del nostro limite umano, di avere bisogno di una fisicità, di un confronto reale che possiamo avere, come in questo incontro, con voi sacerdoti quando vi cerchiamo. Camisasca - Penso che dobbiamo capire bene questo tema del Deus absconditus. Dio si è fatto uomo proprio per non essere absconditus, cioè per rivelarsi, per mostrarsi, per essere vicino. Egli rimane absconditus, perché? Perché è inesauribile, perché non può essere racchiuso nei nostri poveri concetti, è imprevedibile, è anche fastidioso nella sua imprevedibilità, è certamente sempre nuovo e quindi esige continuamente una nuova apertura del nostro animo, quindi dobbiamo, penso, tener presente tutti e due questi aspetti:Deus absconditus e Deus revelatus. Dio ha voluto farsi vicino, ma Egli rimane mistero, cioè inesauribile rivelazione. Il paradosso è tale che Dio è proprio lontano quando è vicino, cioè è talmente sorprendente nella sua vicinanza che per noi è inconcepibile, e infatti come i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) non riusciamo a credere che sia lui. Allora dobbiamo cercare le tracce di questa Sua vicinanza e lasciare che Lui ci parli e metterci in ascolto. Quindi ha ragione, abbiamo bisogno di fisicità.
Intervento - Semplicemente una cosa. La vita è un dramma, non è una tragedia, ma un dramma che è fatta di questa alternanza di sofferenza, di buio, a volte anche di sangue. In tutto il tuo discorso, la tua sollecitazione, finisci con questa luce che però, in fondo, io pensavo: che cos'è? Perché io non credo in questo momento. Che cos'è che fa la speranza? Perché noi tutti siamo di carne e abbiamo l'anima, siamo fatti di questa alternanza di gioia e dolore, insufficienza e incapacità e comunque ricerchiamo, se siamo sinceri fino in fondo ricerchiamo, magari non troviamo. Cos'è che ti cambia la vita? La speranza, anche se non hai la luce, però la speranza è forse quel barlume… Camisasca - Essa stessa è la luce, la speranza è questa luce, è la luce dentro di noi, cioè la speranza è il segno che quell'uomo, Gesù, per come è fatto, non vuole arrendersi e questo è il segno profondo che siamo destinati ad altro. Ci sono dei momenti in cui questo viene meno, in cui l'uomo non ce la fa proprio più, è talmente stanco! Allora dobbiamo aiutarlo e rispettare, rispettare questo grido dell'uomo che è il grido di Gesù sulla croce: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? (cfr. Mt 27,46). Va bene! Allora ci rivediamo l'anno prossimo Deo placendo, se a Dio piacerà!
|